per le nuove generazioni mantenere un legame con il passato genuino e nobile d’un antico centro di pescatori e marinai.
Ma io sono qui per la mostra che si aprirà a Zagabria a fine ottobre e allora azzardo: «Partiamo dalla fine: vorrei qualche notizia sulla prossima esposizione». Sembra perplesso, rovista fra fogli e foglietti, gli vengono tra le mani pezzi di carta variamente scolorita che odora con voluttà («Ah... il profumo delle carte vecchie...») e finalmente trova un appunto : “Istituto Italiano di cultura, direttore Flavio
Andreis, curatore prof. Mladen Machiedo”.
Compare una rassegna fotografica delle opere già inviate a Zagabria, una quarantina, che, mi rendo conto, segnano un nuovo momento nell’attività del pittore-incisore-scultore per l’ulteriore elaborazione di temi già indagati in passato, ma mentre sto per chiedere: «Quali sono i temi privilegiati in questa mostra?», lui, prevenendomi, dichiara che «non esistono soggetti. Non esiste distanza tra artista e oggetto della sua arte. Questa annullerebbe la possibilità dell’incontro poiché o si dà immedesimazione dei due poli o nulla avviene che si possa definire arte. Non rappresentazione del reale, dunque, ma innamoramento, identificazione, ri-creazione».
Prende una matita e disegna velocemente su un foglio la mappa di Grado. «Ecco - mi mostra - Grado è una barca, anzi un
“barco”, e l’uomo di Grado è anch’egli un barco che non sa muoversi in terra ferma, deve navigare, andare in giro per il mondo ma anche mantenere un capo del canavo qui, nel suo porto».
Opportunamente, per farmi capire, apre le cartelle di plastica che raccolgono i suoi tesori: carte straordinarie realizzate con tecnica mista che smista velocemente segnalandomi il “barco” stesso sul cui fasciame vibrano di colore acceso crittografie che, mi spiega, riprendono codici della famiglia materna, oppure “l’uomo di Grado”, una figura perentoria ripiegata su se stessa in un moto rotatorio che non la isola, mettendola piuttosto in comunicazione con un contesto indeterminato. «Prima erano i covoni, la laguna, ma si deve andare avanti, anche se per gradi, in modo che la gente ti venga dietro. È importante essere seguiti». Questo profondo legame, questo rispetto delle persone gli ha fatto dedicare “A Grado e alla sua gente” una grande mostra antologica al Palazzo dei Congressi nel 1989. Una “Notizia” che mi allunga all’ultimo momento mi consente di ricostruire le tappe del suo lavoro: 1971 esposizione a Roma, 1974 a Stoccarda, 1981 e ‘85 a Grado, ‘88 a Trieste, ‘91 e ‘92 a Milano, e nel frattempo si compra un torchio ad Urbino e si dedica anche all’incisione («Un artista deve espandersi senza limiti, in ogni direzione», sostiene), partecipando a diverse rassegne nazionali fra cui “Es-pressioni” a Urbino e “Torchi
Paolini” a Ravenna.
Del ‘95 è un libro dedicato alle mani (testo di Renzo
Sanson) e suoi 45 disegni di mani vengono esposti al Centro etnografico di Sauris di Sopra. Ultime fatiche le carte da gioco
gradesi, “Le Graisane”, e le 23 tavole artistiche per il V volume della collana “Miti, fiabe e leggende del Friuli storico Tere de Gravo e de
Maran” (Chiandetti).
Io intanto ho capito che non gli va di sentire domande del tipo: «Quali sono stati i suoi maestri?», e che preferisce parlare degli amici pittori e poeti, non dei critici per mestiere, che non ama, ma di coloro che lo hanno stimato come artista per una loro sensibilità o com-partecipazione
emotivo-culturale, come il vecchio Coceani, primo a intuire le attitudini di un ragazzo ostinato e a indirizzarlo verso la pittura, o come Biagio
Marin, il più vicino e ascoltato interlocutore, deciso sostenitore il quale insisteva: «Devi essere artista», quando il giovane Facchinetti non comprendeva ancora che l’imperativo era di tipo interiore, a dire l’inevitabilità dell’arte. Altri amici sono il grande maestro Ernesto Treccani e il poeta Franco
Loi, attento conoscitore dei linguaggi delle periferie, che insieme a Mario de Micheli firma il catalogo “Incisioni 1982-1993”.
Facchinetti crede nella relazione tra persona e persona, nel fluire da una all’altra del sentimento e dell’emozione, anche quando va ad insegnare il colore ai bambini delle scuole, ai disabili, che poi lo chiamano «Dino, Dino!» vedendolo passare. Facchinetti ama la musica, vorrebbe una casa dove poter mettere tutti gli strumenti possibili e non solo l’armonica ereditata dal nonno e passata anche per le mani di suo padre. Facchinetti è terribilmente serio rispetto la vita, sente affetti e responsabilità fino nel profondo, e a un certo punto confessa: «Non mi diverto affatto a dipingere», per dire la fatica di raggiungere il cuore delle cose, e poi concludere che è comunque una strada di felicità in cui solamente trova realizzazione di sé.
E quando sono passate le ore e la conversazione potrebbe continuare perché ci siamo intesi ma la quotidianità ci assedia,
quest’“uomo di Grado”, questo pescatore chino a raccogliere conchiglie, a riparare reti, questo solitario, appartato artista mi fa il regalo di consentire la trascrizione di alcuni suoi versi che sigillano la sua appassionata maniera di stare al mondo: «Una fresca caressa / fa vilizâ il barco intonao de zogie / al cuor, va in vampa, / e le zornae se slonga ariose».
(www.nuovofriuli.com)
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